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Intermediario iscritto sez. E può fare fatture di consulenza?

Un intermediario assicurativo, oggi, è già – per definizione – un consulente. Questa sua qualifica emerge con chiarezza dalla definizione di “attività di intermediazione assicurativa” che il Codice delle Assicurazioni offre.

Si guardi l’art. 106 CAP:

“L’attività di intermediazione assicurativa e riassicurativa consiste nel presentare o proporre prodotti assicurativi e riassicurativi o nel prestare assistenza e consulenza finalizzate a tale attività” e…….
Prestare assistenza e consulenza finalizzata alla presentazione o proposta di prodotti assicurativi equivale, quindi, a svolgere, attività di intermediazione.

Dal che la legittimità dell’equazione: assistente e consulente (di un potenziale cliente) = intermediario.

Si potrebbe teoricamente sindacare sul fatto che le due qualifiche – quella di assistente e quella di consulente – debbano profilarsi disgiuntamente oppure siano ontologicamente coesistenti. E poi magari discettare anche sul fatto che chi rivesta solo l’una o l’altra non sia tecnicamente intermediario perché l’opzione definitoria del Legislatore è quella di qualifiche concorrenti e non alternative (tra le due qualifiche la congiunzione “e” e non la disgiunzione “o”).

Questa strada, però, sarebbe assai ardua.

E’ infatti intuitivo che se si assiste qualcuno si offre la propria presenza allo scopo di aiutarlo a fare qualcosa di pratico (esempio: la compilazione di un modulo) oppure qualcosa di teorico (esempio: spiegare quali campi si debbano contrassegnare o cosa si debba scrivere) così prospettando “l’erogazione di un apporto in una attività”.

Dunque assistere (almeno in ambito assicurativo) significa comunque orientare qualcuno, offrendogli una consulenza. Questo a meno che l’assistenza non si esprima in una presenza silenziosa, ipotesi comunque incasellabile – concettualmente – come “cosciente mancanza di opposizione ad una altrui determinazione”. E comunque al silenzio e all’inerzia la legge può sempre riconnettere conseguenze giuridicamente sensibili (si pensi al silenzio assenso, al silenzio diniego o al silenzio inadempimento nelle procedure di interrogazione di una pubblica amministrazione ovvero alla omissione quale condotta penalmente rilevante).

D’altro canto, se si opera facendo consulenza si innesca un processo orientativo nelle altrui determinazioni consistente nella manifestazione di un parere professionale qualificato. Dunque si assiste, ovvero si esprime la propria presenza offrendo un contributo qualificato allo svolgimento di un’attività altrui.

Non sembra quindi concettualmente utile – oltre che ammissibile – separare i due ruoli e le due attività, posto che chi fa l’una fa anche l’altra e dunque non sovvengono idee utili a distogliere dall’idea che il Legislatore abbia voluto disciplinare il tema (leggermente deviando dalla formulazione della direttiva comunitaria) ispirandosi ad una concezione unitaria. Diversamente si correrebbe il rischio di annegare in un mare di distinguo fra chi assiste ma non fa consulenza e chi invece fa consulenza ma non assiste, il tutto al solo scopo di svicolare dalle strettoie della regolamentazione sugli intermediari.

Ciò posto: chi si iscrive al RUI diventa per il fatto stesso dell’iscrizione un consulente, mentre chi svolge – a titolo oneroso – assistenza e consulenza finalizzata alla presentazione o proposta di di prodotti assicurativi senza questa iscrizione esercita un’attività di intermediazione abusiva. Il dato è banale ma torna utile se connesso ad altro.

Al punto 1.3. delle “Domande frequenti sull’attività di intermediazione assicurativa” Ivass si occupa espressamente della questione del consulente assicurativo. Così esprimendosi:

1.3. L’attività di mera consulenza assicurativa costituisce intermediazione? E in tale caso a quale sezione del registro deve essere richiesta l’iscrizione?
Secondo la definizione di cui all’art. 106 del Codice delle assicurazioni e all’art. 2, lett. d) del Regolamento, l’attività di consulenza, se finalizzata alla proposta e/o presentazione di contratti assicurativi e svolta dietro compenso, costituisce attività di intermediazione assicurativa e pertanto comporta l’iscrizione nel registro.
In particolare, l’intermediario dovrà iscriversi: nella sezione A, se agisce in nome o per conto di una o più imprese di assicurazione; nella sezione B, se agisce su incarico del cliente senza avere poteri di rappresentanza di imprese di assicurazione; nella sezione C, se è il produttore diretto di un’impresa di assicurazione ed esercita l’intermediazione assicurativa nei rami vita e dei rami infortuni e malattie senza obblighi di orario o di risultato; nella sezione D, se si tratta di una banca, di un intermediario finanziario, di una Sim o di Poste Italiane s.p.a. – Divisione bancoposta; nella sezione E, se è un dipendente, collaboratore, produttore o altro incaricato degli intermediari iscritti nella sezione A, B o D che opera al di fuori dei locali degli intermediari stessi.
Dunque Ivass, con una indicazione integralmente affidata all’ermeneusi di chi legge, informa: se l’attività di consulenza ha il fine di presentare o proporre prodotti assicurativi ed è onerosa allora essa costituisce attività di intermediazione e presuppone una iscrizione al RUI. A prima vista sembra di immergersi in una costruzione spiralica: se fai assistenza e consulenza sei intermediario e se sei intermediario fai anche assistenza e consulenza.

Ma, tra le righe di questa risposta si può senz’altro scorgere anche ben altro.

Perché Ivass introduce il discorso con un “Se” dunque un “periodo ipotetico” e quindi, a contrario, quella stessa risposta può essere letta in questa maniera:

l’attività di consulenza, se (NON è) finalizzata alla proposta e/o presentazione di contratti assicurativi e (NON è) svolta dietro compenso, (NON) costituisce attività di intermediazione assicurativa e pertanto (NON) comporta l’iscrizione nel registro.

In definitiva: è astrattamente concepibile – in ambito assicurativo – anche un’attività di consulenza che:

Non abbia il fine di proporre e/o presentare contratti assicurativi;
Non sia onerosa;
e che – pur lecita – non integri attività di intermediazione e, infine, non implichi una iscrizione al RUI.

Risolto il busillis? Forse.

Torniamo alla domanda iniziale: un intermediario iscritto alla sezione E) del RUI svolge un incarico che – per definizione – è consulenziale – e quindi la sua attività di assistenza e consulenza al cliente [sotto l’ombrello della responsabilità del soggetto iscritto alla sezione A), B) o D) per cui opera] non può configurarsi come qualcosa di ulteriore o diverso rispetto a tutte le attività funzionali al collocamento del prodotto; attività che egli è comunque obbligato a svolgere in quanto professionista che svolge un’attività regolamentata.

E dunque: se – nell’ambito di questa sua attività intermediatizia – egli richiedesse sponte sua un compenso ulteriore in ragione di un (supposto contenuto) consulenziale ulteriore e da lui autonomamente reso (leggasi: a suo dire svincolato dal proprio ruolo di collaboratore di altro soggetto) egli starebbe indubbiamente imputando al cliente una somma non dovuta per un’attività invero unica ed inscindibile da quella al quale è già preposto.

Ovvero, in altri termini: egli starebbe indebitamente parcellizzando una obbligazione intrinsecamente indivisibile (si guardi all’ art. 1316 c.c.) in due obbligazioni distinte.

L’apporto consulenziale che il collaboratore iscritto alla sezione E) del RUI deve rendere al cliente è quindi sempre giustificato a monte dalla sua qualifica di collaboratore di altro soggetto e non può mai atteggiarsi come “servizio in più da pagare separatamente”.

Una pratica di questo genere – iniquamente incrementativa dei costi per il contraente – profilerebbe, infatti, sul piano della disciplina regolamentare, quantomeno la violazione degli obblighi di cui all’art. 47 comma 1 lett. a) e d) del Regolamento Isvap 5/2006 connessi – come noto – al dovere di comportarsi con diligenza, correttezza, trasparenza e professionalità nei confronti dei contraenti e degli assicurati e al dovere di agire in modo da non recare pregiudizio agli interessi dei contraenti e degli assicurati.

Ciò posto, allora v’è da chiedersi: esiste uno spazio entro il quale la suddetta attività consulenziale resta lecita secondo le indicazioni dell’Ivass (in quanto non integra contemporaneamente l’obiettivo di proposta e presentazione di prodotti e l’onerosità del servizio)? Certamente sì, ma si deve guardare a aree residuali di attività che esorbitano da quel complesso di funzioni cui l’intermediario lettera e) è applicato in ragione della propria qualifica di ausiliario di terzi.

Un esempio potrebbe essere rappresentato dall’attività consulenziale svolta in qualità di relatore a fini didattici o di formazione obbligatoria (si rientrerebbe infatti nel paradigma della consulenza in ambito assicurativo ma con finalità e presupposti diversi da quelli postulati dall’art. 106).

Non serve, tuttavia, almanaccare ulteriormente sulle possibili strade aperte al di fuori del rapporto con il cliente. Chi infatti pone questo quesito è infatti solo interessato a indagare se – nei rapporti con i clienti finali – sia lecito generare un margine di profitto ulteriore in ragione del proprio know how, in potenza anche superiore sul piano tecnico o esperienziale rispetto a quello dell’intermediario al quale si presta la propria collaborazione.

Ma la risposta desumibile tra le pieghe della regolamentazione codicistica e degli orientamenti espressi dal Regolatore pare, dunque, ad oggi, drasticamente e inopinabilmente negativa.

Fonte Intermediachannel

11/07/2017